martedì 8 luglio 2014

Magnetofono milanese/49

Strade ferrate e finestrini  che piangono terra
(no, non è un miracolo) #Milano-Pavia

Ci sono cose che volentieri ti eviteresti, come una birra sgasata mentre l'Italia perde ai mondiali, o un perizoma di pizzo nero sotto un vestito trasparente a un matrimonio di ipercattolici. Insomma, non facciamola tanto grave. Certe conversazioni in treno vorresti proprio evitare di sentirle però, perché già si rischiano trombe d'aria in Pianura Padana, poi avrai pure qualche legge di Murphy verificata, o una tassa più indigesta delle altre, no?! O un sogno erotico con cui trastullarti (vi giuro che il verbo esiste!)...

A volte non vuoi sentirle, le conversazioni, ma ti ci costringono con un tono di voce pari alla Callas in versione litigio telefonico. Così oggi questa ragazza decide non solo di occupare abbondantemente due sedili del regionale, ma anche di allietarci con una conversazione che non ha limiti (né di decibel né di scelta lessicale, ma...). Peccato aver perso l'inizio, ma immaginatevi questi cento e qualcosa chili portoricani che si alzano di colpo in piedi nel centro della carrozza e iniziano a declamare, stentorei. L'intelocutore? Il suo cobertor de orelha (che è l'amante, non un passamontagna con paraorecchie):
"...ah! Così non mi stacco dal culo di mia mamma? Eh sì, io ho bisogno di starci attaccata, e ci sto tutto il tempo che voglio, claro? Tanto il tempo per stare attaccata al tuo culo lo trovo sempre, anche se non te lo meriti... Anzi, non te la meriti proprio, bello mio... Guarda te, se voglio chiamare mia mamma la chiamo quando mi pare, capito? Anche mentre trombo con te, tanto non ti interessa. Escuchaestoy com a faca e o queijo na mão (= ho il coltello dalla parte del manico, ma loro dicono il formaggio...)...".

Come potete immaginare, questa foto è presa dal web.
Non ho un M16 a casa (almeno per ora)
Cala un silenzio imbarazzante, lo stesso che si sente quando Trenitalia annuncia altri cinquanta minuti di ritardo a quello già previsto. Siamo in pochi sul vagone, una decina di persone, ma abbiamo tutti lo stesso misto di curiosità, paura e punti interrogativi sulla faccia (e non è un bel vedere. No, lo cancello o mi faccio una cattiva reputazione). E mentre ci stiamo chiedendo se il cobertor ha finito di insultare la potenziale suocera (scappa, scappaaaa, forse prendono ancora qualcuno all'Isola dei famosi di qualche Stato sconosciuto), la cicciona (sapeste quante cancellature mi fa fare il politically correct) piacevolmente in carne viaggiatrice sfodera un sorriso più letale di un M16 in mano a Chuck Norris e riprende così (tre ottave sopra, quasi garrula) [esiste, lo giuro, lo so che è letale più di un M16 e più di un libro di Moccia, per antitesi s'intende]:

Repetita iuvant - sui migliori tram di Milano
"Ah, ma vedrai a casa... Ti aspetto quando sei a lavoro, ti prendo le chiavi dal custode, salgo e ti riempio la casa di sputi... SPUTI, sì, grandi, che ci fai anche il bagno a quella cagaressa [?] di cane che hai preso... Te lo affogo negli sputi! Tutto lo schifo che mi fai... ahah... [risata satanica] E ti butto via Sky, il computer e le ciabatte della Juve...". 

Qualcosa deve succedere, forse il richiamo della squadra torinese accende la risposta? Non sappiamo, perché la cic diversamente gentile rallenta e le cadono le braccia, tutta l'altera faccia da Atena sul sentiero di guerra si rilassa (= le guance si afflosciano, la pappagorgia ricade su sé stessa, i rotoli si adagiano su quelli sottostanti) e si intravedono i denti. Un ghigno prima di un morso mortale? No, un sorriso.
"Mi amor, te quiero... Torno presto, questo cassso (pronuncia originale) di treno rallenta, ma presto sono lì... Sì, chiamo adesso mia mamma, sì, e poi basta... Amor...".
Ho rischiato lo strabismo. Sì, continuavo a guardarmi intorno in cerca di telecamere da candid camera: niente. E così dal vagone, se avete visto scendere a Pavia dieci zombie con enormi punti interrogativi in testa, sappiate che non è una versione originale di The Walking Dead, né sul vagone c'erano portatori (in)sani di puzza (oddio...), né siamo stati punti da zecche letali... Solo per questo ho scritto subito il magnetofono, per salvare Trenitalia dall'ennesima polemica (oddio... quasi lo cancello).


venerdì 2 maggio 2014

Magnetofono milanese/48

M3? Famolo strano


#Spotify, keep me away from Magnetofoni!
Lo so, lo so, qui il Magnetofono si era un po' fermato. Batterie scariche? No, anzi! Ma arrivare a Milano e iniziare a lavorare lì - sì, sì, ho detto "lavorare", sono uscita dalla percentuale dei disoccupati under 30! - vuol dire aprire bene le orecchie sui mezzi pubblici e lasciarsi letteralmente inondare dai magnetofoni. Risultato? Al Magnetofono è girata la testa per un po' di mesi, ma adesso apre la nuova sezione "magnetofono milanese", ancora più pazza di quella di prima (forse?! Boh, ditelo voi).

Per cominciare, ho pensato a una raccolta di "incontri del 25° tipo in metropolitana". Vi garba? E proviamoci, dai... [le foto sono fatte da me, prima o poi mi picchiano - e hanno ragione]...


"Uèèèè, che fa un caldo oggi..."
Come si ciabatta bene in M3
Non ci son più le mezze stagioni, e ne parlano anche le amiche di Ciabattine, è una cosa risaputa. Ma quando sei sui mezzi pubblici in questo periodo, ne vedi veramente di ogni, perché chi parte al mattino ha freddo, e poi andrà via via spogliandosi... Non tutti hanno voglia del classico "effetto cipolla", e allora in questi giorni scendo in M3 a Rogoredo e, mentre soffia un vento da turbine siberiano, un aitante cinquantenne ciabatta con classico passo da Rimini dopo otto ore di sabbia (e un bagno catramoso, e otto ore di disco, e otto cocktail minimo, e otto ore di... no vabbè, mica sono tutti Sting). Sta lì con le sue infradito, una borsa da mare con tanto di stuoia che straborda da un angolo, gli occhiali da sole e il normale color bianchiccio malato da aprile.
Mi guardo attorno: una signora settantenne scuote un po' la testa, ma ha troppo l'aria di chi scende a Montenapoleone per andare a chiedergli se è impazzito. Un manager si stringe nel suo Burberry di annata (del 2000 a occhio e croce, la crisi arriva per tutti) e un paio di studenti ridacchiano.
Comunque non c'è bisogno di chiedergli niente, ché parla lui a un povero inebetito di FS, sceso probabilmente dopo il turno di lavoro:
"Uèèèè, che fa un caldo oggi che vado all'Idroscalo, mi sciallo [sic!] in spiaggia e poi voglio vedere chi mi trova in ufficio!".
La prima immagine che mi viene in mente è quella dei grandi assenteisti di "Fantozzi subisce ancora": avete presente? Ecco:

Poi penso a Brunetta (e non metto un'immagine perché ho pietà del nostro pseudo-buonumore da venerdì) e infine al relativismo metereologico - come quello di scendere in M3 per andare all'idroscalo alle 8 di mattina, per dire... 

Milano? Città della moda
A volte penso che sia ora di farla finita, con 'sta cosa che tutto quel che è strano, se portato con disinvoltura, faccia tendenza per forza. Come questa idea perversa di mettere le infradito con le calze (ma sapete che hanno aperto un negozio di sole infradito che costano un rene [no, non il tuo, il tuo + quello di mamma e papà] in pieno centro a Milano????). E se Mr.Idroscalo volesse fare tendenza? Dubbio amletico. No vabbè. Dicevo, a volte 'sta perversione dello strano = modaiolo mi annienta un po'. Capisco di variare e non fare il solito nero "scompaio dal mondo e mi confondo con la mia ombra" o il blu "brava ragazza oltre tempo massimo" o il marrone "nascondi macchie di... vabbè, ci siamo capiti". Ma insomma... Guardate cosa vedo qui... Il pantalone acqua-in-casa vabbè, sono da sempre fan di Venezia e posso capire, ancora di più vista la micro-caviglia. Ma le scarpe... Le scarpe!! Cosa vi dicono? Festose? Colorate da "vado bene con tutto tranne che col marrone della giacca"? Ok, forse sono io difficile, ma vi sembrano adatte a un ragazzO di quasi 50 anni? Dite, dite... 

Porno Whatsapp
Abbiamo voluto gli smartphone con dei display luminosissimi, dalla super risoluzione video? Forse non pensavamo a un piccolo particolare: noi leggiamo meglio, ma anche chi è stipato con noi sulla metropolitana... Se i tentativi di rendere i display un po' come i vetri oscurati delle macchine è fallimentare, faremmo bene a usare i vecchi metodi: il buonsenso, e rimandare i messaggi porno a quando si è in una ariosa via Dante. Oppure fregarcene dei rossori di MilF arrapate, e magari aggiungere pure una alzata suadente di sopracciglio e annesso sorriso smutandante. 
Ma in ogni caso, non giocate a fare i finti tonti, perché come leggete voi, leggono tutti... Insomma, mi capita di essere schiacciata in modalità "lap dance indesiderata" sulla M1 da Cadorna e di essere praticamente abbracciata da un ragazzo che mi mette il suo iPhone davanti alla faccia (ragazzi, iPhone sta per iPhone, non vedeteci doppi sensi una grama volta!). Insomma, sto lì e assisto impotente a questa conversazione, di cui vi stralcio solo un inizio, perché è passata qualche settimana e fortunatamente il magnetofono ha iniziato a cancellare qualche parte. 
"... ieri sera a casa mia sei stato fantastico. La tua idea di fare come se siamo nella PS3 è da genio...".
"Mi arrapi".
"Tu di più. E poi i tuoi boxer..."
"?"
"Sai che li ho trovati stamattina sulla mia lampada? Si sono grimati... ahahah ma non so se per la lampada o per prima...".
Insomma, alla fine non mi stupiva il contenuto del suo messaggio, col suo ragazzo può fare quel che voleva ma... mi colpiva l'espressione! Assolutamente indifferente! Come andare al mercato e constatare  che tutti i prezzi delle albicocche sono uguali (perché se ci fossero differenze, già una mezza ruga di disgusto o un sorriso di esaltazione, magari...).

E vabbè, comunque per questo primo magnetofono milanese mi sa che la smetto qui [in realtà ho da fare: come consultare il catalogo dei giochi per la PS3 - sono due settimane che non trovo pace e mi sto ancora chiedendo quale sarà il gioco ispiratore...]

giovedì 23 gennaio 2014

Magnetofono librario/47

Il Magnetofono è fermo da un po', ma solo perché i pochi neuroni sopravvissuti stanno percorrendo km su cuscinetti d'aria, come quei treni giapponesi... Vabbè, ok, cominciamo. Volevo sprecare qualche parola (sempre troppe) e spezzare una lancia a favore di chi, come noi su CriticaLetteraria, si fa in quattro per recensire gratuitamente online. Sto diventando menosa? No, è che non si immaginano i backstage. Anche noi come i ballerini di danza classica, abbiamo la nostra pece che sporca le scarpette di seta, e anche noi abbiamo gli alluci valghi per le ore in punta di piedi tra le pagine dei libri. Qualche volta abbiamo applausi che ci siamo meritati, qualche volta silenzio indifferente (ahi), e qualche volta riceviamo... fiori. Ed esco dalla metafora.

IL TUO LIBRO E' UNA CRISALIDE (SE NON SEI UN PROUST 2.0)
Gli autori 2.0 secondo me ogni tanto hanno bisogno di chiudere il pc, guardarsi intorno, tornare alle sane abitudini di una scop... scoperta colossale come il ses... Sestri Levante - La Spezia, che è un treno bellissimo e offre un sacco di ispirazioni. Attraverso i vetri dei finestrini infangati puoi davvero sognare di tutto, prendere appunti e... e soprattutto capire che esiste un mondo oltre il tuo libro che, se ti va bene, venderà qualche copia in più oltre la cerchia familiare, e anche se andrà bene bene morirà dopo i soliti tempi sempre più brevi del ciclo editoriale.
Invece no. Allora pensi ai Book Blogger, che spesso hanno competenze (se non li scegli a manciate casuali) e tanta passione: non glielo fa fare nessuno di recensirti, no? Sono energie e tempo impiegati - difficilmente sprecati. E fin qui tutto bene...
Quando il/la Book Blogger, specie se ha una faccia di m... mentina come la sottoscritta e una passione smodata per i viaggi, inizia a parlare con chiunque ai festival librari, la fine è vicina. E qui parte la mia storia.

QUEL GIORNO, POTEVO STARMENE A CASA DAVANTI A "FORUM"
No, non sono impazzita (anche se, con un pacchetto di Abbracci e una sfornata di altri abbracci... ok, seria). Era un giorno come tutti gli altri, anche l'oroscopo del TG5 era propizio e sono andata in tempi non sospetti (in CLetteraria c'era solo un manipolo di militanti della buona lettura) a una presentazione libraria come ce ne sono tante (non posso citare e poi capirete perché). Insomma, parlo con un po' di autori e mi inerpico in una conversazione ripida, più scivolosa di una arrampicata sul Mottarone durante una nevicata. Insomma, il tizio (lo chiamerò Furbolo), amico di amici di amici di amici del vicino di casa di qualcuno, se ne esce col biglietto da visita.
E gli anni passano.
Un giorno di qualche mese fa arriva una mail, in cui Furbolo (che ricorda anche com'ero vestita!) mi annuncia l'uscita del suo nuovo romanzo, che mi racconta quasi per esteso. Vorrei dirgli che non siamo in una puntata di Colombo, ma in una mail non posso fermarlo e anzi proseguo, curiosa. Mi offre una copia del libro - Glo fermati! Capisci che è l'inizio della fine!!!
Accetto.

Tuoni.
Fulmini.

Il libro arriva (mentre io sono in Sardegna) a casa di mia nonna - che non ha mai visto né ricevuto tanti libri come da quando "ricetta" i miei - e notate che io avevo avvertito del mio scarso tempo...
Insomma, quando sono tornata mi sono trovata a casa in due mesi d'assenza qualcosa come 58 copie promozionali solo per me - e voi immaginate la felicità di mia mamma che vorrebbe farmi pagare il Pronto Antipolvere che per un mese ha passato su 58 libri (così dice, ma non ci crede nessuno). Tra i libri, quel libro. Ma chiaramente passo in rassegna e do la precedenza a qualcos'altro.

Fuoco.
Saette.

Recensisco qualcosa che è evidentemente uscito dopo, ed ecco che Furbolo mi scrive, informandomi di aver  controllato su Amazon la data di uscita del libro che ho appena recensito: è uscito dopo il mio!, e sibillinamente non so cosa voglia da me...
#EPoi? #Sassari, dicembre 2013

Inizio ad aggrottare le sopracciglia.
Glo, scappa!

Ma lui ha l'indirizzo di mia nonna, e quindi temporeggio, gli faccio presente che ho molto da fare (non vivo di quello, memento necessario che spesso non è chiaro all'autore che si crede infinitamente arricchente e unico degno di lettura), e soprattutto passo tra le mani il libro - un bel mattone - e guardo sull'agenda per capire quando potrò dedicarmici.
E allora accade il bello: mia nonna telefona e mi dice che ha appena ricevuto un mazzo di fiori -rose- e che c'è un bigliettino con scritto "Leggimi, ti prego! PS - ti ho vista su Twitter ieri, allora avevi tempo".

LE CONSEGUENZE DELL'AMORE (per i libri)
Allora, vorrei specificare qualche cosa (anche se non sono tenuta a giustificarmi):
1) il libro aiuta il transito intestinale, e se non lo metto nel portariviste da bagno è solo perché ho rispetto per l'edit... no, vabbè, diciamo per la tipogr... no (hanno impaginato tutto sbilenco), diciamo per il grafic... no, ha fatto una copertina kitch da morire... dai, facciamo che ho rispetto per gli alberi.
2) su Twitter si può stare anche solo un minuto, al contrario di un libro di cinquecento pagine.
3) avrò pure diritto a qualche ora di vita privata e a una sana sco... scommessa al TotoCalcio?


Ah, i fiori sono stati portati immediatamente al cimitero e divisi in due vasetti per par condicio. Quando ho guardato le rose lì vicino al marmo, ho pensato che in effetti dureranno probabilmente molto di più del libro di Furbolo sul mercato. Ed è una piccola sadica cinica consolazione.

In limine: avvocati, ci sono gli estremi per un po' di stalking?

giovedì 9 gennaio 2014

Magnetofono cittadino/ 46


Fuori 1... (self-made)
Mettiamola così: se l'anno nuovo dovesse promettere tutto quello che regala nei suoi primi giorni, ci sarebbero molti più suicidi. O molti più matrimoni, per poi andare a finire in altrettanti suicidi. Suicidi, insomma. Ti puoi dire benissimo "resisterò", "non farò quello che fanno tutti a Capodanno", ma alla fine cadrai anche tu (= io ma non lo dico a cuor leggero) negli oroscopi dell'anno, a incrociare il tuo segno e l'ascendente con quelli di un lui/lei (metto prima la mia preferenza, scusate) e vedere se qualche congiuntura astrale potrà mai favorire un'altra ben più soddisfacente congiuntura... 

Bene, quest'anno mi aspetto tanto, un po' perché ho fatto un trasloco difficile (facilissimo il trasloco, ma il problema è sempre che quello che stava tanto bene in una casa, non ci azzecca un fico secco nell'altra, per non parlare del resto, insomma), ho una beatitudine di pareti che non capisce che questi mesi pre-discussione di dottorato sono necessariamente vuoti (pieni della tesi, s'intende) e non mancano di ripetere quanto sono disoccupata, disoccupata, e rincarano: "Ma com'è che non ti sei sposata, a Sassari?"... Insomma, la risposta "sono diventata ermafrodita" non soddisfa nessuno, e un piccolo risarcimento o uno sconto del 50% sulla prossima tassa sull'aria respirata, immagino anche di essermelo meritato. 

E ieri, nella ridentissima Pavia, che nascondeva i suoi denti marci dietro una grande cortina di nuvole, ho avuto il bentornato che aspettavo. Stavo correndo verso la biblioteca (l'ennesima) ed ero già pronta a sentirmi dire: "Cosa se ne fa di questo libro che è appena passata l'Epifania?" [giuro, l'hanno chiesto, e io ho saputo solo chiedere se con l'Epifania si diventa analfabeti, perché avrei potuto dare in comodato d'uso i miei occhiali per qualche giorno]. Insomma, io correvo correvo, quando un vecchietto dall'aria curva e tenera mi si avvicina: tra gli occhi rugosi mi pare di riconoscere la bontà di tanti nonni del mondo, e subito rallento il passo. Ma non lo conosco, sia chiaro, mentre lui sembra essere lì lì per parlarmi. 
"Duturèsa!" mi chiama (da questo momento tradurrò il pavese - laddove non strettamente necessario - per togliere al magnetofono confini provinciali). 
Ho sempre sognato di essere chiamata dottoressa da qualcuno che non stesse cercando di prepararmi per una supposta cingolata. Mi giro. Ma l'onestà ha la meglio sull'egocentrismo:
"No, guardi, mi dispiace, credo che abbia sbagliato persona".
"Eh no, eh?! No no no no no" ripete, e le rughe si sollevano a occhio alla Gollum, mi prende per un braccio e sfrutta la forza dell'artrite per arpionarmi il piumino. "Adesso dite tutti così, ma non ve la caverete tanto facilmente!". 
Potrei scappare a gambe levate, suppongo, ma penso al bene del piumino comprato con tante sofferenze e creste sulla spesa (almeno sui superalcolici), e cerco di tenermi calma. Magari ha bisogno di aiuto... Poi penso che l'istituto per i problemi neurologici è lì vicino vicino, se riesco a indirizzarlo appena appena... 
"Scusi, cosa avrei fatto?" gli chiedo.
"Ah, i miei esami! Can da l'òca!" (cane dell'oca = non chiedetemi l'etimo, nè altro per favore). 
"Guardi che io non faccio la dottoressa eh..." ripeto. "Glielo giuro, sono laureata in Lettere". 
Fuori 2...
E mi accorgo subito di averlo scocciato. Non so se è il vecchietto odiava essere contraddetto, o se la laurea in Lettere è meglio di qualsiasi collana di aglio, ma toglie l'arpione dal mio piumino, scuote la testa con una rassegnazione senza pari, e apre le braccia: 
"Eh mi scusi allora... Lei è messa peggio di me!". 
E si allontana. 

Ditemi voi se si può dire un buon inizio di 2014. Io un po' ci penso, all'omino rugoso, e forse non ha poi tutti i torti. Ma continuo a fare la parte di quella che, laureata e tra un po' (speriamo) dottoressa di ricerca in Lettere, crede di avere un futuro in Italia. Booooom! State dicendo che questa è l'utopia del 2014? Ma no, che illusi, l'utopia è quella di riuscire anche a inventarsi un lavoro che manca e, perché no, spostarsi dal capotavola dei single. Ché poi, diciamocelo, chi viene a vedere cosa succede sotto la tovaglia?! 



martedì 3 dicembre 2013

Magnetofono cittadino/45

Il mio quartiere ha senso dell'umorismo #Carbonazzi
"Noi donne sappiamo fare tutto": è una delle frasi che ho sentito ripetere in continuazione negli ultimi anni. Io non lo dico, perché mi sembra di ricadere in un pregiudizio al contrario, ma devo dire che faccio, faccio... Insomma, poi sul come lo faccio, dipende... Ci sono alcune cose che non farei mai, come andare dal meccanico, cambiare lampadine, scacciare ragni e altri insetti dalla casa, rovesciare i materassi (da sola, eh). Oggi ho finalmente semi-risolto una questione che mi preoccupava, uno di quei pensieri fissi che mi perseguitava prima di andare a dormire (sì, è un periodo senza grandi preoccupazioni): non una spada di Damocle, ma quattro bei pneumatici invernali che saranno il mio lasciapassare autostradale per rientrare in pianura dalla Sardegna tra un po'. 
Insomma, immaginatevi squattrinati, con un trasloco da fare dopo tre anni di saldi e libri accumulati, con una Clio del 1999 che non si trasformerà in una borsa di Mary Poppins (prima lo accetto e prima mi muovo a cercare i prezzi degli spedizionieri). Senza sommare quei pensieri nostalgici che presto diventeranno magnetofoni... Insomma, queste erano le premesse.

E oggi, agguerrita, truccata e ben sistemata, mi sono lanciata nell'impresa dei preventivi, con in mente le raccomandazioni di papà:
Ricordati, segna il tipo di pneumatico che hai già [...seguono indicazioni tecniche che ho già scordato su specifiche, ecc.] e poi vai bella sicura, eh? Con la stessa sicurezza di quando stai davanti a un libro, o ti fottono. 
Ricordi de 2009 - più a mio agio così
Cinismo? No, direi senso pratico. Scelgo un bel rossetto riflettente che trasformi le mie labbra in pseudo-pneumatici rosa acceso e scendo. A piedi. Perché? Perché ci sono almeno 10
/12 gradi, un sole da paura e sento che è meglio presentarsi a piedi, con la modestia della ragazza che ha bisogno di un consiglio. Giro un paio di posti senza segni particolari (tra cui il gommista  che vincerà il mio appalto, ma è un gommista noioso e non ne parlo). Poi arrivo al mitico (che non sceglierò perché costa  troppo - mi ha fatto divertire ma...). Si tratta di un grosso gommista che sta qui sulla circonvallazione, come se fosse una concessionaria gigantesca, bianca e anche pulita, qui e là rigata di gomma nera. Come entro, ci sono quattro gommisti alle prese con SUV elefanteschi e stanno ridacchiando. Non so di cosa, ma come mi vedono si zittiscono, uno si pulisce le mani sul suo sedere, approfittando per una auto-palpatina di controllo (c'è tutto, signore); l'altro va avanti non guardandomi; il terzo si finge al telefono e il quarto, il migliore, balza in quattro e quattr'otto verso il bancone degli attrezzi, si arrampica e gira il calendario di Playboy. Ma dietro alla gattina di dicembre c'è una vamp rossa di novembre, e allora abbatte il calendario sotto uno straccio sporco di grasso.

Poi scende, sospira e torna da me:
"Buongiorno, signorina. Le darei la mano, ma siamo qui dalle 8 a toccare gomme e non vorrei sporcarla. Oddio, meglio gomme che altro...".
Non pareva allusivo. E poi siamo sicuri che sarebbe davvero meglio? Forse per me e non per lui? Mah. Nel dubbio, abbozzo un sorrisino appena appena e gli spiego le mie esigenze con quel tono deciso da auto-marketing che mi ha raccomandato mio papà. E questo:
"Ho gomme per tutte le esigenze. Venga a vedere. O ha paura?".
"Scusi, e di che?" faccio io.
Lui fa un cenno verso il magazzino più scuro, lì dietro: 
"Sa, ci sono solo pile di gomme. Non so come si comportano le donne, gli uomini si esaltano, ma non vorrei che lei pensa (sic) che io la porto (sic) di là per...".
"... per vendermi un treno di gomme?" faccio io, per fermare il viscidone.
"No, no, quello ci sta, ma sa, ci scusi tutti, non siamo abituati a vedere donne da sole qui. Non se ne occupano loro". 
"Non si preoccupi. Se non è un problema, vorrei vedere le gomme e scegliere".
"Ma non ha un amico da mandare? Un vicino, un fidanzato, un marito?" e alza il sopracciglio.
"Cartelli di zona off-limits, non ne vedo" faccio io, ormai inquietata (non era mattina eh...). 
"No, ci manca. E' per lei, è un lavoro pericoloso, poi ci siamo noi uomini che si sa non siamo molto fini e manca addirittura un bagno per le donne".
"Grazie, ma sono qui da 5 minuti. Non ho problemi di incontinenza. Mi dà un po' di prezzi di listino?" cerco di mantenermi calma.
I prezzi sono alti. Poi mi fa un occhiolino e mi dice: 
"Potremmo comunque venirci incontro, perché Lei è una ragazza coraggiosa, è venuta fin qui da sola e questo va apprezzato. Oh, Robè, che prezzo possiamo fare alla signorina?" grida.
"Non lo so. Siamo noi a doverla pagare per averci portato un bel pensiero qui". 

Un "grazie" appena appena, e via. La mano, non gliel'ho data - ovvio! - e anzi mi sono stupita dei miei riflessi nello scappare da tanto... unto testosterone. 

{il vincitore dell'appalto è... il gommista più vicino a casa! Legge di Murphy, cvd, ma come avrei fatto altrimenti ad avere un magnetofono!?}

venerdì 29 novembre 2013

Magnetofono postale/44


Di cotanta speme






Tesi consegnata, e torna il Magnetofono. In questi mesi ha continuato a registrare eh, e stava quasi per finire i GB a disposizione. Magnetofono coi GB? 2.0. 
Ecco che cosa può capitare in una mattinata a Sassari. Avevo un avviso di giacenza in posta che si è infilato tra i volantini della pizza: sapevo che era un libro che avevo bisogno per la tesi - l'ultimo! Insomma, poi s'intitola pure Ultimo tempo e capirete quanto poteva essere profetico... 
Arrivo in posta e scopro di avere davanti a me 25 persone. 25! Bigliettino alla mano, mi appoggio al pilastro e aspetto. Solo che aspettare in coda quando negli ultimi mesi stai lottando contro il tempo per consegnare tutto in tempo, partecipare e vincere alla caccia al tesoro della burocrazia, e ricordarti anche di mangiare e di tirare la catenella del wc..., insomma è una sfida a rischio di attacchi di panico. Per fortuna i miei compagni di attesa promettevano bene, e non mi hanno delusa... 

CARRAMBA, CHE SORPRESA!
Sassari ha una popolazione di 126.576 persone: così dice Wikipedia. Bene, stai pur sicuro, che se ti infili in un ufficio pubblico tutti conoscono tutti e prima o poi sentirai gridare con felicità "Ebbè?", sommo interessamento di due che magari si sono visti il giorno prima ma renderebbero fieri la Carrà. Bene, ieri c'è stato un "ebbè" che ha dato inizio a una conversazione imbarazzante, con conseguenze che neanche Calamity Jane saprebbe scampare. Una ragazza carina si avvicina a una signora sui sessant'anni, la classica impiegata statale che si era appena lamentata con me per la lentezza delle impiegate, non dell'attesa, che era ben disposta a sopportare [lei: "Sono più di due ore che sono qui. Poi al lavoro è un problema, sa, sono statale". Io: "Immagino, avrà molto da fare" (scema io). Lei: "No, io aspetterei anche volentieri, si incontrano un sacco di persone interessanti, ma dopo tre ore di assenza perdo il giorno di lavoro e lo stipendio"]. Insomma, questa ragazza che chiameremo Ricciola per i capelli da afro-sassarese, con passo deciso si avvicina alla StataleModello. Parte una conversazione pericolosa. 
Ricciola: E allora, come sta sua figlia, Ernestina? 
StataleModello: A casa, sta. Ha mal di schiena, non riesce neanche ad alzare una busta con il latte. 
R: Beh, per fortuna c'è Antonio ad aiutarla.
La StataleModello spalanca gli occhi, li fa ruotare che neanche allo Show dei Record vedi una cosa del genere e con un tono squillante, troppo squillante, fa: "E chi è Antonio?". No, non è la pantomima del Chi è Tatiana di Zelig, è una madre che sta iniziando a drizzare le antenne come solo loro sanno fare. Osservo di sottecchi, non mi muovo neanche perché a volte bastano le ali di una farfalla a scatenare un ciclone dall'altra parte (no?). Ma vorrei sillabare alla Ricciola di dire che si è confusa con la sorella gemella di un'omonima, o che ha sbattuto la testa contro la colonnina dei numerini alla Posta e che ha un trauma cranico in corso. Insomma, taci taci taci. Invece, come se fosse la cosa più normale dell'universo, la Ricciola dice: "Eh, sì, il convivente di sua figlia, no? Non lo sapeva?". Adesso, vorrei capire se la Ricciola è una sadica perversa, o se una aspirante suicida che non ha ancora letto il bugiardino dei sonniferi e non sa come fare. Cala il silenzio. Per un attimo mi illudo che la StataleModello cambi argomento o scelga il silenzio, ma abbiamo davanti ancora 16 persone, e sento che c'è tutto il tempo per... "Convivente? E chi è? Non ne so niente". Lo butta lì come se fosse "promozione alla Conad? non ne sapevo niente". La Ricciola non si scompone, tengono tutti i ricci come se avesse una parrucca dei cinesi, e parte: "Eja, è un bel ragazzo, ma non l'ha visto?". L'altra scuote la testa (stilettata dritta al cuore, non capisco se quella bocca rigida rigida trattenga lacrime o bestemmie). "Un bel ragazzo, sì sì, magari glielo dirà presto, in fondo convivono da cinque o sei mesi, non di più. NO, FORSE 7! Perché mi ricordo che eravamo da loro per Pasqua...". Ok, Natale con i tuoi e Pasqua... La bocca di StataleModello si apre: "E... Cosa ha cucinato mia figlia? E lui, oh, lui mangia?". "Iiiiiiiiiiih [assenso sassarese]. Ma non ha pancia eh... Anche perché va sempre a correre al Rizzeddu". "Ah... Bene... A che ora?". Avrei paura. Io a correre non ci vado, ma consiglierei alla vigilanza di fare qualche giro lì intorno, hai visto mai... O magari voleva solo portargli una teglia di melanzane alla sassarese per rifocillare il genero tra un km e l'altro... 
 HOLY FUCKIN' QUEUE!
La Nike non mi paga. Giuro. Neanche in natura (purtroppo)
Sempre di corsa si parla. Ma stavolta riguarda me. Ancora 10 persone davanti. Un'ora minimo di attesa (vi siete mai chiesti se le impiegate delle poste per recuperare le giacenze debbano entrare in un caveau di banca - spariscono dietro i loro armadi per ore). Allora, da un po' di tempo avevo iniziato ad apprezzare le code, perché a volte ti trovi attorno soggetti very good looking che puoi guardare non con insistenza ma di cui puoi contare i punti neri, se ti alleni un po'. Alleni... Ecco, appunto. Adoro gli uomini in tuta quanto quelli in giacca e cravatta. Alcuni uomini sono proprio fatti per vivere in tuta (sono gli stessi che sono nati per vivere anche senza tuta, ma vabbè, questo non è un porno-blog): fianchi stretti, un lato b invidiabile e un lato a pieno di promesse. Pieno. Vabbè, basta (la tesi fa male, quando si consegna trasforma l'autunno più freddo in primavera...). Insomma, questo personaggio mi si affianca col suo metro e ottantacinque da tuta, più o meno com questa sopra (ma aveva un piumino addosso eh, donne, non pensate a torsi nudi in posta, quelle sono immaginazioni da appuntamenti dalla parrucchiera con le amiche). Mi guardava come si guardano i peli nelle orecchie della vecchietta affianco o il prezzo al kg del pane nella borsa del vicino. Insomma, soprammobili io e lui. Poi, invece, fa un passo con i suoi quarant'anni di esperienza e inizia a lamentarsi. La coda autorizza sempre a lamentarsi, si sa. E da cosa nasce cosa (ma non pensate ad accoppiamenti per progenie tra una raccomandata e l'altra): prima si parla del freddo (ma più lo guardo e più mi sembra primavera, una torrida primavera), poi del meteo che peggiora sempre nel weekend (e mi lascio andare a un "ottima occasione per restare a casa sotto le coperte" e subito dopo mi accorgo del lapsus...), poi della necessità di un caffè. Scherza, è simpatico, ha quella manciata di anni di chi ha capito che alle donne piace l'uomo ironico, e quando è pure gnocco hai vinto il totocalcio un abbonamento a Vogue. 
Il mio sconosciuto UomoTuta mi racconta che fa l'insegnante di ginnastica in un liceo di Sassari, e per quello è vestito così. Poi viene il mio turno, mi sposto di mala voglia (sic!) e ritiro il mio Ultimo tempo dopo che l'impiegata mi guarda e mi dice "Eh, signorina, massì, la giacenza gratis, visto che ha dovuto aspettare" (Santo Sassari!). Mentre rimetto via il portafoglio, so che l'UomoTuta sta radiografandomi probabilmente  come fanno gli insegnanti di ginnastica: "coscia corta ma possente: bah, forse salto in lungo o alzatrice a pallavolo; ha una falcata da corsa da resistenza, ma forse è un po' fuori allenamento... Di sicuro non fa sport maschili, questa...". Insomma, gli passo vicino per uscire con il mio ultimo tempo e lo saluto. Lui, subito: "Scusa, posso farti una domanda?". "Certo". L'UomoTuta si china dall'alto del suo metro e ottantacinque (forse per capire se posso fare lancio del peso) e mi dice: "Ma sei un'insegnante di danza?". "Eh????" chiedo stupita, visto che non so fare due passi in croce, vorrei ma non ho mai fatto un corso e la mia istruttrice di zumba mi ha salvata (santa!) dalla sindrome di "impalata". E l'UomoTuta: "è che mi pare di averti già vista. E poi da come ti muovi e cammini, potresti benissimo". 
Bel complimento, lo ringrazio (se mi avesse detto "ma fai la pornodiva? da come ti muovi e cammini, potresti benissimo" in quel momento, visto che mi guardava con gli occhi assassini dell'uomo che non deve chiedere mai, probabilmente avrei ringraziato educatamente) e lo sento che mi dice "è stato un piacere". Rifletto sulla sua frase e ridacchio tra me e me. Gli uomini, penso, e la vecchia stupida scusa del "mi pare di averti già vista", che non è mai vero... La penso così fino alla sera. Quando esco sudata come un cammello dalla lezione di zumba e chi vedo in canottiera striminzitissima e pantaloni della tuta, attaccato a una macchina per i pettorali? L'UomoTuta. Stacca una mano dalla macchina e mi indica, tra lo stupito e il "avevo ragione". Sì, ero io la gallina salterina che sembrava una tarantolata poco prima e che adesso ha la frangia dritta in piedi e le guance da tirolese. 
Morale: i pregiudizi sono sbagliati - gli uomini tuta stanno benissimo anche in canottiera. Ah, no. Galeotta la palestra. No, nemmeno quello. Ah, sì, volevo dire che a volte la coda in posta... Neanche. Sì, volevo dire che il "mi pare di averti già vista" non è una balla. Trust men (quando ti conviene).  

giovedì 10 ottobre 2013

Magnetofono istruito/43

#Pascale, salvami tu!
Per la serie: cose che non vorresti MAI sentire quando sei in un corridoio di facoltà umanistica. Come tutti i magnetofoni istruiti, rideranno soprattutto quelli che condividono la triste sorte di amare la letteratura, e di studiarla pure (vade retro!). Presto prometto un magnetofono hard sassarese e un magnetofono figlio della Conad (!).


Stavo aspettando il mio turno con quel piacevolissimo effetto "graticola" che tanti studenti universitari avranno provato, e che probabilmente continuerò a provare anche quando sarò vecchia, decrepita, pensionata - ah, no, scusate, era un'utopia (quale? capitelo voi), ma mi capiterà di incontrare un docente universitario. Una ragazza che sembrava condividere la mia stessa ansia parte a parlare, ignora il caro Antonio Pascale che stavo cercando di leggere, fresco fresco di cellophane, e parte con discorsi sconnessi. Decido di fare una domanda che mi sarà fatale: "Su cosa ti laurei?".
Ora, per fare il magnetofono bel bello, dovrei spiattellare qui tutto quanto, ma permettetemi di tenere alta la privacy, evitare che mi sputi in faccia qualora risulti riconoscibile (ecc. ecc.). E, anche se si riduce il divertimento, copro il nome dell'autore e lo stato di avanzamento della tesi [lascio speranza, insomma]. Il discorso-delirio è il seguente:

"Sto facendo la tesi su PincoPallo [nome d'arte, certamente]: ho iniziato a studiare la vita, perché la vita è umbè [= un sacco] interessante, e voglio cercarla nelle sue opere di quando era giovane. Le mie amiche mi hanno detto "PincoPallo? Iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii [il corridoio risuonava dell'eco del mitico gridolino sassarese], ma che sei pazza?", ma io penso di no, eh, che se uno guarderebbe [sic e sigh] la biografia con calma, si accorge che la vita di PincoPallo è lo specchio di come scrive. Senza la malattia della sua infanzia, non avrebbe scritto così, e io penso che questo va detto. Perché voglio insegnare ai ragazzi di oggi [ma chi leggerà mai la tua tesi? PS - i tuoi relatori sono over 10, lo confermo. E soprattutto, chi sei tu per insegnare a gente che ha qualche anno meno di te?] che la malattia può far cambiare. E poi tutti lo attaccano, mischino [= poverino], non capiscono che lui è così perché è stato malato. Ma io lo voglio proprio riabilitare, perché non è giusto...".

E chi legge più Pascale? Mi sono messa a contare il numero delle piastrelle, ed erano bianche, ma bianche bianche... E poi ho guardato il muro, e al muro c'erano appese foto di Maestri defunti, e m'è sembrato che scuotessero il capo, e che anche PincoPallo scuotesse il capo, da lassù o laggiù (relativismo). Poi sono scesa a prendermi un caffè, ho sbagliato e ho schiacciato il tasto per una liquidissima cioccolata, l'ho bevuta e mi sono scottata. E quando è arrivato il mio turno ho guardato per bene la stanza, per controllare che davanti a una simile moralista di oggi, paladina delle cause perse e degli approcci metodologici insensati, impressionistici e da oscena scuola storica deteriore, insomma che davanti a lei tutti i grandi non si fossero staccati dalle copertine dei Meridiani per andarsene. E sbattere la porta, certo. Perché a lei neanche Pascale darebbe un'attenuante.